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Situata nella fertile pianura alluvionale del Friuli occidentale, la borgata di San Vito si colloca alla destra del fiume Tagliamento, poco al di sotto dell'area delle risorgive, che creano un habitat ricco di sorgenti e corsi d'acqua. Il sito originariamente era caratterizzato da numerose boscaglie: querce, ontani carpini, olmi e salici le essenze principali con molte zone umide e semi-paludose. Numerosi sono i toponimi che ricordano questo ambiente naturale, Fontanis, Pissarelle, Boscat, Melmose, Magredo, realtà che, con il corso dei secoli, restano nel semplice ricordo onomastico in un territorio impoverito dagli insediamenti produttivi e dalle nuove tecnologie agricole. Le caratteristiche naturali hanno permesso l'insediamento umano sin dai tempi più remoti: molti sono i siti preistorici che hanno restituito resti del mesolitico, selci, ceramiche del terzo e secondo millennio a.C. Nel 1973 uno scavo ha portato alla luce un'antica necropoli con urne cinerarie nella località di San Valentino. Si tratta probabilmente di una civiltà paleoveneta dell'età del ferro (IX-VII secolo a.C.) sviluppatasi tra l'area Padana e l'Isonzo. Numerose anche le testimonianze dell'epoca romana, il centro si trovava infatti nel territorio di Julia Concordia, sulla strada verso il Norico; diverse le fornaci romane individuate nel territorio grazie ai marchi rinvenuti sui resti di laterizi affiorati durante gli scavi agricoli. Risale a Ottone II il Diploma che cita due “corti” “de versia et corti Sancti Viti”, un richiamo al culto di “San Vito" delle genti della Sassonia diffuso nel Friuli dopo le incursioni ungariche. Il nome potrebbe però essere anche un adattamento "per falsa etimologia del latino vicus (villaggio n.d.r) che in friulano da regolarmente vìt" (G.Frau). Il Desinan aggiunge con “successiva santificazione arbitraria".
La storia ufficiale si avvia quindi nel XII secolo, strettamente correlata alle vicende del Patriarcato di Aquileia. Guerre, lotte, discordie tra nobili, feudatari ed il potere patriarcale segnano i secoli successivi. Nel XIII secolo una lottizzazione, tuttora esistente, divide il terreno del centro storico, mentre viene ampliato il castello. Nel 1341 viene i5ti-tuito il mercato domenicale che, spostato al venerdì agli inizi del '500, si tiene ancora ai giorni nostri.
Nel 1445 San Vito, come tutta la Patria del Friuli, divenne un Dominio veneziano e cessò di avere potere autonomo: l'avvento della Repubblica portò un nuovo periodo dì espansione e sviluppo edilizio ed economico. Dal periodo gotico friulano la borgata si avvia così al rinascimento italiano: vennero edificati il campanile, la loggia comunale, la chiesa di San Lorenzo, Palazzo Altan (poi Rota), la chiesa dei Battuti. Molti gli artisti, soprattutto pittori e scultori grammatici e letterati che resero più vivace la vita culturale dell'epoca. Le incursioni dei turchi (1477 e 1499) lasciarono in pace il castello di San Vito mentre epidemie e carestie danneggiarono soprattutto le classi più povere rovinando l'economia agricola del territorio. Si giunge così al '700. Con la soppressione del Patriarcato e il conseguente passaggio della giurisdizione alla Repubblica si avviarono nuove fabbriche: il monastero della Visitazione, il Duomo, il grande complesso agricolo della Casabianca, voluto dall'imprenditore carnico Jacopo Linussio.
L'ultimo periodo della dominazione veneta segnò un ulteriore sviluppo, la popolazione registrò 3000 abitanti nel centro e 5000 villici nei sobborghi e nelle frazioni. lì dominio veneto lasciò una particolare impronta linguistica al centro storico mentre l'ambiente territoriale dell'intorno fondamentalmente restava legato alla parlata friulana. Settecento e ottocento registrano il passaggio degli eserciti francesi ed austriaci prima che la cittadina di San Vito, seconda per abitanti solamente a Udine, si unisse all'Italia nel 1866.
La tradizione agricola originaria perse lentamente importanza rispetto all'incremento industriale della non lontana città di Pordenone. Come il resto del Friuli anche San Vito subì enormi danni durante il primo conflitto mondiale. Lentamente la vocazione agricola dei sanvitesi si spostò verso nuovi inserimenti nel mondo del lavoro: negli anni '50 il fenomeno dell'emigrazione raggiunse le punte più alte, ma dal 1969 sì realizzarono grandi trasformazioni economiche e sociali. Venne creata la Zona Industriale Ponte Rosso, con un considerevole numero di attività produttive, industriali e artigianali. Parallelamente il settore terziario trovò un momento di felice sviluppo.
 Oggi numerose associazioni culturali e sportive rendono attiva di questa cittadina della pianura friulana, cori polifonici, complessi folcloristici, gruppi esportivi e associazioni di volontariato in genere.
San Vito è gemellata con le città di Stadtlohn (Germania), St. Veit an der Glan (Austria) e Nagyatad (Ungheria).

 

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